MIO PADRE

Quando una situazione ti fa soffrire, non ti sei mai domandato “Perché a me?” Sappi che questo è un tentativo della mente che vuole trovare una risposta e non farà altro che accrescere il dolore dentro di te, perché non é la mente che troverà la risposta che cerchi…

Oggi voglio raccontarti un pezzetto della mia vita

Sono venuta a contatto con il dolore troppo presto, ero molto giovane nel momento in cui mi dissero che mio padre era malato e non mi resi subito conto che, proprio in quel momento, avrei dovuto affrontare la prova più difficile della mia vita.  Potrei dire, che in un periodo in cui sei da poco sbocciata dallo stato di bruco allo stato di farfalla, non sei molto consapevole delle cose che stanno succedendo intorno a te, ma al contrario, sei concentrata molto su te stessa e sui tuoi cambiamenti. Ero un’adolescente esplosiva, vitale, curiosa e romantica, mi piacevano le avventure, sia lette negli innumerevoli libri che compravo, che vissute in prima persona. Con la mia amica del cuore, mi mettevo alla prova, vivendo spesso situazioni pericolose ed elettrizzanti in posti a noi sconosciuti e lontani da casa, sempre in compagnia delle nostre biciclette.   Pensa quindi con quanta forza e potenza, ma soprattutto da che altezza, stramazzai al suolo, alla notizia che avrei dovuto assistere mio padre in ospedale, dovendo dare il cambio a mia madre, perché potesse riprendersi dalle notti trascorse a prendersi cura di lui.

L’Ospedale

Alternavo la scuola ai pomeriggi trascorsi in ospedale. Il tempo non passava mai anche perché mio padre non era spesso cosciente, per cui mi trovavo da sola a trascorrere ore ed ore al suo capezzale. Ogni tanto si destava e parlava come se stesse vivendo in un altro contesto, parlava con persone che non erano lì presenti e farfugliava cose incomprensibili. Io, spesso gli rispondevo come se fossi quella o quell’altra persona, per instaurare una specie di dialogo. Mio padre era un insegnante, per cui spesso le cose che riviveva in quei momenti erano ambientate a scuola; a volte ero una sua alunna, altre volte una sua collega. Passavano i mesi, così come passavano e svanivano i miei sogni da ragazzina. Spesso osservavo mio padre: la malattia lo aveva segnato e trasformato. Non era più forte e con il fare un po’ burbero come ero abituata a vederlo, il suo aspetto non era più quello di un uomo risoluto ed autoritario, anche se dietro quella barba nera e folta si nascondeva un sorriso aperto e nel petto batteva un cuore buono e compassionevole, era diventato un fragile essere bisognoso di cure, il suo corpo era magro e devastato dalla malattia, la sua mente era sopita e sedata per la troppa sofferenza. Pregavo Dio che lo guarisse, mi inginocchiavo sul pavimento e pregavo. Sognavo che da un momento all’altro papà aprisse gli occhi e scendesse dal letto, rassicurandomi che era tutto passato. Ma non successe così. Allo stremo delle sue forze e rimanendo attaccato alla vita fino all’ultimo, mio padre esalò l’ultimo respiro proprio davanti a me, come se avesse voluto darmi un ultimo addio. Non so quanto tempo passò prima che io chiamassi qualcuno. Con gli occhi rivolti al soffitto e con il fiato sospeso, conscia ed emozionata per il momento unico ed irripetibile che stavo vivendo, cercavo di sentire se attorno a me si fosse verificato qualche cambiamento, se venivo sfiorata da un battito d’ali, o investita da una potente energia. In quel momento, in realtà, non vidi né sentii nulla, ma ho la certezza che la sua anima, prima di allontanarsi e sparire dall’angolo di quella stanza di ospedale, si fermò qualche istante sopra la mia testa. Ci volle qualche respiro per tornare ad essere presente, guardando in basso, capii che tutte le mie certezze si erano sgretolate e l’unica cosa certa che mi rimane ora è l’immagine di una ragazzina, sola, con le guance rigate dalle lacrime. Papà non soffriva più, e nemmeno io. Era tutto finito. Finalmente e stranamente non ero più angosciata, ma mi sentivo sollevata e serena, quasi quasi sorridevo mentre lo lasciavo andare.

Lasciar andare…

In realtà, non lo avevo lasciato andare del tutto, perché in futuro, le mie scelte, i miei amori, furono determinati dalla continua ricerca di mio padre nelle altre persone. Cercavo volti, modi di fare, situazioni che lo ricordavano. Ci vollero anni per elaborare il lutto e capire che non avrei mai potuto sostituirlo con qualcun altro. Lui era stato mio padre qui su questa terra e non era sostituibile con nessuna altra persona. Mio padre poteva vivere nel mio cuore e potevo parlargli tutte le volte che volevo, nei miei sogni. Dopo delusioni e catastrofici fallimenti amorosi, dettati dalla sua continua ricerca in altri uomini, fin tanto che non lo lasciai andare completamente, non potei incontrare l’amore della mia vita, l’uomo che mi sta a fianco e che mi sostiene qualunque strada io voglia percorrere e con pazienza si sforza di comprendermi, spesso, lasciando andare ogni speranza di farcela. Capita che tutt’oggi, per strada qualche persona o qualche suo studente oramai adulto, riconoscendomi, si ferma ancora a fare due parole su di lui. Da qui capisco che mio padre vive ancora nel cuore di chi lo ha conosciuto e di chi gli ha voluto bene.

Armonia

Quando siamo di fronte al dolore, possiamo sviluppare due caratteristiche totalmente opposte nel nostro sentire, o ci chiudiamo irreparabilmente, facendoci risparmiare dalle esperienze della vita, evitando ogni tipo di sofferenza, chiudendoci come un baco da seta nel proprio bozzolo, lasciando fuori il mondo, oppure sviluppiamo il nostro sentire, diventiamo ricettivi e curiosi di vita, facciamo in modo, anche inconsapevoli, che essa ci riempia e ci inebri con la sua bellezza,  per colmare un vuoto che si è creato con  una perdita, un lutto, o con altre esperienze che ci segnano. Così è successo a me, anche senza rendermene conto, fin da subito, ho ricercato la pace e la serenità nei rapporti con le persone, l’equilibrio emotivo nel mio sentire. Si è sviluppata in me una sorta di empatia con chi soffre, cercando sempre di dare sostegno e coraggio. Mi sono lasciata andare nella direzione a cui ero predisposta, ho seguito la mia natura, tuffandomi nel torrente della vita e assaporando le sue avventure, rimanendo ferita, a volte, ma sempre pronta a ricominciare, desiderosa di ricercare il lato buono nelle persone, la bellezza e l’armonia nelle relazioni. Oggi, raccontandoti un pezzetto della mia vita, mi sono guardata indietro e ho scoperto che l’esperienza della morte di mio padre è ancora molto forte dentro di me, man mano che la penna procedeva sul foglio, mi sorprendevo di come sentimenti ed emozioni che pensavo sopite, fossero vive e presenti. E’ come aver aperto un cassetto impolverato dal tempo, lo avessi ripulito e rimesso in ordine. Ogni volta che rileggo queste righe, mi commuovo, perché mi viene voglia di prendere in braccio e consolare quella ragazzina con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto, verso il cielo, sempre alla ricerca di un qualche segno, che confermi che c’è di più di quello che noi conosciamo anche se non lo vediamo.

17 anni per conoscere mio padre e perché lui mi conoscesse, poi tutto finì con la sua lunga malattia, o forse quello che era capitato era solo l’inizio del viaggio…